La zona presa in esame
presenta una notevole varietà di forme ed una percentuale di affioramento che
varia con il variare dell’altitudine; pareti in roccia molto scoscese si
alternano a pendii erbosi dalle pendenze molto meno accentuate.
Numerose
le creste (alcune delle quali partono già dal fondovalle) con andamento N-S.
Normalmente il lato esposto ad ovest si presenta ricoperto da un manto erboso
che nasconde quasi totalmente il substrato roccioso.
Meno
frequenti le creste con andamento E-W. Non si può identificare un litotipo
predominante all’interno dell’area rilevata data la notevole varietà di
questi ultimi e la loro relativamente simile estensione areale.
La
potenza delle singole litologie, come si può notare dalle carta
interpretativa, può variare considerevolmente spostandosi all’interno
dell’area. Da ricordare che, data la loro posizione strutturale a quote
medio-basse, gli affioramenti di tutti i tipi di micascisti che verranno
successivamente descritti, si presentano molto alterati. Questa loro
caratteristica rende complicate le interpretazioni di tipo strutturale.
La
descrizione seguirà la legenda della carta degli affioramenti, tranne in
alcuni casi dove ho ritenuto più opportuno accorpare litotipi simili sotto un
unico paragrafo a causa della loro medesima appartenenza ad un’unica unità
strutturale, oppure perché accomunati da caratteristiche petrografiche o
strutturali simili.
Per
ciò che riguarda i depositi continentali superficiali, ho preferito
descriverli in un capitolo unico, nel quale tratto sia l’aspetto relativo ai
lavori precedenti, sia l’aspetto relativo a quanto emerso dal lavoro di
terreno e successiva elaborazione da me effettuata.

Occupano
il settore più a nord dell’area, formano una fascia continua che parte dal
Colle dell’Orsiera per arrivare sino alla Punta di Mezzodì.
Queste
rocce formano anche una sorta di “cappello” posto sul Monte Gavia (foto
n.2), a diretto contatto con i sottostanti calcescisti.
Le
rocce si presentano massicce, di colore verde opaco, sono costituite per la
maggior parte da una massa verdastra indistinta, nella quale spiccano un
discreto numero di granati di dimensioni millimetriche, possibile presenza di
onfacite, la cui presenza o meno può essere rilevata con uno studio in
sezione sottile.
Nel
settore immediatamente ad est del Lago del Ciardonnet si possono notare alcune
rocce particolarmente ricche in mica bianca.
Queste
rocce, di un colore verde-grigiastro con una patina rossastra di alterazione
su alcune parti dovuta ad ossidi di ferro, non sono ricche in granato come le
prasiniti precedentemente descritte, mentre i cristalli di mica sono riuniti a
formare dei livelletti discontinui intensamente ripiegati.
Presenti
in quantità minore sono le prasiniti,
affioranti esclusivamente a sud del Lago del Ciardonnet e alla base del Monte
Gavia.
La
roccia, d’aspetto massiccio, ha colorazione verde scuro, grana da fine a
media, costituite essenzialmente da clorite, anfibolo ed epidoto, mentre le
macchiette tondeggianti di colore bianco costituiscono occelli di albite.
Questi
formano talora una marcata listatura, ben visibile nella porzione di campione
tagliata. I contatti tra queste rocce e le altre all’interno della falda
ofiolitica non sono mai visibili, in quanto nascoste dalla copertura
eluvio-colluviale.
Queste
prasiniti hanno come protolito delle originarie rocce basaltiche,
metamorfosate in prasiniti da una fase successiva all’evento eoalpino.
Presenti
in piccoli affioramenti, soprattutto a nord della bergeria del Jouglard, lungo
il Rio del Selleries, prasiniti
ad anfibolo verde, si presentano come rocce di aspetto massiccio e
colore verde intenso con cristalli di anfibolo di dimensioni sub-centimetriche
ben visibili, talora si rinviene anche una patina di alterazione rossastra
dovuta ad ossidi di ferro; queste rocce si rinvengono in rari affioramenti
posti a S-E del Lago del Jouglard.
Nel
loro complesso le prasiniti si presentano come rocce massicce, e con un grado
di fratturazione medio.
1.1.1.3
Serpentiniti
Le
serpentiniti sono senza dubbio la litologia più ricorrente, insieme ai
calcescisti, all’interno della porzione di Falda Ofiolitica da me rilevata.
Le
si ritrovano sparse un po' ovunque, anche sotto forma di scaglie, quasi mai
cartografabili data la modesta entità del corpo affiorante; in alcuni
settori, però, la potenza dell’affioramento aumenta notevolmente.
È
questo il caso della piramide in roccia del Monte Orsiera, senz’altro
l’affioramento più rilevante dell’area per quel che riguarda le
serpentiniti.
Questo
particolare tipo di serpentinite, presente anche attorno al Lago del Jouglard
in maniera abbastanza continua, è molto scistoso (serpentinoscisto), di
colore verde scuro, solitamente molto deformato.
Si
possono notare pieghe isoclinali, con asse diretto circa E-W e piano assiale
immergente a nord; al di sotto delle serpentiniti si ritrova un piccolo corpo
di gneiss identico a quello sito nei pressi del Rifugio del Selleries.
Un’altra
caratteristica di queste serpentiniti è la presenza di piani di scorrimento
ben definiti sui quali spiccano delle mineralizzazioni di color verde smeraldo
intenso.
Associate
a queste serpentiniti si possono notare in alcuni settori numerosissime
fratture riempite da concrescimenti di serpentino fibroso.
Dello
stesso tipo sono anche le serpentiniti che affiorano lungo la Valletta Lunga,
però in questo caso ci troviamo di fronte ad un gruppo di rocce fortemente
fratturate e disarticolate, causa di una tettonica quaternaria che ha portato
alla dislocazione di blocchi serpentinitici associati a calcescisti.
Un
altro tipo di serpentinite,
questa volta di aspetto decisamente più massiccio del precedente, di un
colore verde molto più scuro, si rinviene principalmente sul lato est
dell’area (sentiero per il Lago della Manica, Rio di Malanotte e Costa di
Glautin). La deformazione è meno accentuata rispetto al tipo scistoso, mentre
la fratturazione risulta essere molto più intensa.
Le
serpentiniti sono il prodotto metamorfico di rocce mantelliche (le
peridotiti), infatti in alcuni casi, è ancora riconoscibile, soprattutto in
sezione sottile, l’olivina relitta, costituente primario delle peridotiti
(infatti un tempo l’olivina veniva chiamata peridoto).
Caron
nel 1977 avanzava, però, l’ipotesi che le peridotiti da cui avrebbero in un
secondo tempo avuto origine le serpentiniti, non sarebbero mantelliche. Si
tratterebbe, sempre secondo Caron, di ultrabasiti di “cumulo”, decantate
in una camera magmatica.
Il
contatto tra serpentiniti e calcescisti, è marcato da una fascia cataclastica
di limitata potenza (solitamente non superiore al metro).
Il
contatto tra le due rocce ha prodotto delle brecce anfibolico-carbonatiche,
formate da frammenti pluricentimetrici di serpentinite cementati da cemento
carbonatico.
In
alcuni casi si rinvengono anche alcuni frammenti di calcescisto, molto più
rari dei precedenti a causa della minore competenza della roccia. Il cemento
deriva dalla probabile dissoluzione e successiva precipitazione della frazione
carbonatica dei calcescisti; talora il carbonato si ritrova in masserelle
centimetriche di color marrone.
La
roccia si presenta di un colore verde intenso, caratterizzata dalla presenza
di carbonato e cristalli di anfibolo senza un’orientazione preferenziale.
Si
può notare la presenza di cavità di dimensioni centimetriche, derivanti
dalla dissoluzione del carbonato (Lago del Jouglard).
Roccia
a cemento carbonatico di colore biancastro, talora riunito a formare delle
vene di spessore millimetrico. La roccia affiora unicamente ad ovest e a sud
del Lago del Jouglard, a circa 2450 metri di quota.







Tra
le rocce carbonatiche, i calcescisti sono quelli che con più facilità si
possono ritrovare all’interno dell’area.
Queste
rocce hanno una colorazione marrone chiaro, con un’abbondante frazione
micacea che conferisce loro un colore grigiastro lungo i piani di frattura.
Gli
stessi calcescisti della Val di Susa sono stati datati come tardo-cretacei da
Deville et al. nel 1992.
Sovente
si rinvengono associati a scaglie di serpentinite e di prasiniti ad anfibolo
verde (a circa 2400 metri di altitudine, ad est del Lago del Jouglard), di
dimensioni generalmente molto modeste, mentre scaglie di serpentinite di
dimensioni maggiori si possono ritrovare nelle vicinanze della bergeria del
Ciardonnet e sulla parete ad est del Rifugio del Selleries.
I
contatti tra i calcescisti e le altre rocce della falda ofiolitica sono
tettonici, o comunque riattivati in un secondo momento. Sono sempre
evidenziati, ove affioranti, da una fascia di rocce cataclastiche molto
fratturate; in particolare in prossimità dei contatti con le serpentiniti, si
rinvengono rocce cataclastiche, di colore verde scuro, sono composte da
anfibolo verde, i cui cristalli, in alcuni casi ben visibili, raggiungono
dimensioni centimetriche.
Le
porzioni a carbonato si presentano di un colore biancastro, talora sotto forma
di vene, ma anche marrone chiaro.
Sono
rappresentate principalmente da marmi,
affioranti a nord del Rifugio del Selleries (campione M1 e foto n. 4); si
presentano con una colorazione di un bel grigio-azzurro e fortemente
fratturati.
L’età
Triassico-Liassica (Franchi, 1897), definita in base al ritrovamento di
crinoidi, è stata estesa fino al Cretaceo inferiore (Marthaler et al., 1986)
per il ritrovamento di presunte globotruncane. Unici elementi di natura non
carbonatica sono minuscoli cristalli di mica bianca che si concentrano
principalmente lungo i piani di frattura.
Al
contatto con i sottostanti micascisti argentei carbonatici, il marmo contiene
una frazione micacea molto maggiore e si presenta generalmente meno
fratturato.
Spostandosi
verso ovest, si incontrano dei marmi
dolomitici, con composizione carbonatico-dolomitica, evidenziata dalla
bassa reattività con la soluzione di acido cloridrico.
Affioranti
quasi esclusivamente ad ovest del sentiero che da Saret del Campo, conduce al
Lago del Ciardonnet.
Di
aspetto decisamente massiccio, presentano una colorazione molto più tendente
al grigio rispetto ai marmi precedentemente descritti (colorazione dovuta alla
presenza di impurità al loro interno), ma con alcune bande di colore più
chiaro al loro interno.
Entrambi
i marmi si sono formati a partire da un originario deposito carbonatico
depositatosi in ambiente di barriera.
In
prossimità del Colle del Sabbione e lungo il Rio di Malanotte si rinvengono
alcuni rari affioramenti di metadolomie
di colore bianco-latte, che risultano debolmente fratturate. Tali fratture
sono spesso riempite da vene di calcite di scala sub-centimetrica.
L’assenza
di reazione alla soluzione di HCl sottolinea la composizione dolomitica di
tali litotipi, che pur appartenendo alle coperture del Dora-Maira, in questa
porzione di territorio si rinvengono solamente sotto forma di scaglie
all’interno della Falda Ofiolitica.
Al
contrario di quanto avviene ad esempio in prossimità delle miniere di talco
della Roussa (area non interessata da questo rilevamento), esse non sono
presenti all’interno della porzione di Dora-Maira studiato, sebbene siano un
termine metasedimentario comune della successione di coperture di aree
limitrofe.
Il
loro protolito è rappresentato da un deposito carbonatico depositatosi in
ambiente di barriera, che è venuto a contatto durante la sua storia
evolutiva, con dei fluidi ricchi in magnesio.
In
alcuni punti dell’area si possono rinvenire delle quarziti
(derivanti dal metamorfismo da originarie arenarie), la cui frazione micacea
varia da zona a zona.
A
Saret del Campo, queste quarziti si presentano come formate da livelli
centimetrici di quarzo quasi puro intervallati da sottili livelletti
sub-centrimetrici di mica con poco quarzo.
Generalmente
molto fratturate, hanno un colore verdolino dovuto al fatto che la mica
presente è fengite.
Si
tratta di rocce molto massicce, con all’interno letti di mica bianca di
probabile composizione fengitica (Cadoppi, comunicazione personale),
discontinui e piuttosto numerosi, i quali conferiscono anche un aspetto
verdolino alla roccia
Quarziti
diverse dalle precedenti, per il fatto che roccia presenta un aspetto tabulare
(evidenziato dal fatto che l’affioramento è suddiviso in lastroni della
potenza di circa 1-1,5 metri ciascuno), queste quarziti presentano una minore
frazione micacea rispetto alle precedenti.
Si
rinvengono a nord del sentiero che conduce al lago del Ciardonnet, passando
per la sorgente al di sopra della bergeria del Jouglard.
Alcuni
autori (es.: Pognante, 1980; Borghi et al., 1984), hanno considerato entrambe
le quarziti precedentemente descritte, come facenti parte di un’unità
strutturale a se stante.
Con
l’aumento del processo di ricostruzione metamorfico-tessiturale nei
metagraniti si arriva alla rielaborazione del fabric e alla sostituzione di
alcuni minerali con altri di neoformazione.
E’
infatti preponderante in questo litotipo la blastesi di mica a composizione
fengitica in piani isorientati che conferiscono alle rocce una caratteristica
scistosità.
Si
riconoscono inoltre quarzo, plagioclasio e porfiroblasti di K-feldspato quando
il fabric magmatico non è stato completamente obliterato.
La
mineralogia di questi gneiss è a quarzo, fengite, plagioclasio e feldspato
potassico, quest’ultimo presente a volte sotto forma di porfiroblasti.
Questi
gneiss occupano una posizione strutturale immediatamente inferiore a quella
dei micascisti argentei; formano una fascia continua e abbastanza ampia e
presentano talora una crenulazione.
Questa
crenulazione, che ha prodotto pieghe molto aperte, possiede assi diretti NE-SW
e debolmente immergenti a N-E.
L’aspetto
che senza dubbio più caratterizza questa roccia, è la sua fissilità
lastroide, il che li mette in relazione con la “Pietra di Luserna”, della
quale potrebbe rappresentare la continuazione in Val Chisone (Cadoppi,
comunicazione personale).
L’aspetto
è massiccio, con occhi di K-feldspato ben evidenti, circondati da livelletti
generalmente sub-millimetrici di mica bianca.
Lo
stesso tipo di gneiss lo si ritrova, come fatto osservare in precedenza, anche
in un unico affioramento all’interno della Falda Ofiolitica (bergeria del
Ciardonnet).
Interpretabile
come una minuscola porzione di crosta continentale strappata ed inglobata
all’interno della falda durante la sua messa in posto, la roccia risulta
pizzicata tra calcescisti e serpentiniti.
L’indicazione
di un protolito riolitico per questi gneiss, era stato indicato da Vialon nel
1966. La grana e il fabric, suggeriscono piuttosto un’origine plutonica, lo
studio sugli zirconi lo conferma [Bortolami & Dal Piaz, 1970; Cadoppi e
riferimenti bibliografici all’interno (tesi di dottorato), 1990].
All’interno
di questi gneiss si rinviene un unico affioramento di ortoleucogneiss a tormalina (Cadoppi, comunicazione personale),
posto a sud della bergeria del Jouglard a 2000 metri di altitudine, delle
dimensioni di un paio di metri, composto da una roccia a chimismo acido,
derivante probabilmente da un filone aplitico.
A
causa della copertura eluvio-colluviale che ricopre quasi per intero la
roccia, i suoi rapporti con le rocce circostanti non possono essere definiti
con chiarezza.
Ho
quindi preferito identificarlo come leucogneiss a tormalina, non potendo
stabilire l’esistenza di un’eventuale giacitura filoniana.
Caratterizzato
dall’avere una grana media costituita da cristalli di mica chiara, quarzo,
feldspato e tormalina, la roccia si presenta massiccia a i lepidoblasti di
mica, anche se ben visibili e delle dimensioni di alcuni millimetri, non sono
sufficienti a definire una scistosità continua.
L’assenza di una chiara visione d’insieme non permette, inoltre, di
collocare l’eventuale intrusione in uno schema temporale.
Questo
micascisto affiora ad intervalli irregolari a Saret del Campo, a nord del
medesimo toponimo e a nord del Rifugio del Selleries, ma in questo particolare
caso, data la sua posizione strutturale al di sotto dei soprastanti marmi
precedentemente descritti, contiene al suo interno una frazione carbonatica e
si presenta di colore grigio scuro e molto alterato.
I
ritrovamenti a nord di Saret del Campo sono, invece, privi di frazione
carbonatica, di un colore grigio più chiaro dei precedenti, e rivestiti per
buona parte da una patina di alterazione rossastra dovuta alla presenza di
ossidi di ferro.
Talora
questo micascisto può presentare, delle bande con una percentuale di quarzo
maggiore del solito.
E’
il caso di alcuni affioramenti presenti sempre a nord di Saret del Campo, dove
si possono notare livelletti discontinui di quarzo poveri in frazione micacea,
separati da letti di sola mica bianca. Ho preferito chiamare queste rocce
quarzomicascisti, senza però dividerli in carta dal litotipo precedente,
considerandole appunto, una variazione composizionali di carattere locale. In
questo caso la roccia presenta anche granati di dimensioni sub-millimetriche.
L’origine
di questi micascisti è stata indicata da Vialon nel 1966, come il prodotto di
trasformazione di originari depositi evaporitici e/o pelitici strettamente
associati alle sequenze vulcano-detritiche rappresentate ora dagli gneiss
occhiadini fengitici (secondo Vialon “porfiriodi arcosici), mentre Bortolami
& Dal Piaz nel 1970 e successivamente Barisone et al. nel 1979,
interpretano tali rocce come il prodotto di trasformazione di un originario
protolito granitico lungo zone di taglio in accordo con il significato che
viene attribuito a rocce con composizione e caratteri simili, intercalate ai
granitoidi del Monte rosa (Dal Piaz, 1971), e del Gran Paradiso.
In
tutto il settore settentrionale del Dora-Maira si possono distinguere tre tipi
di questi micascisti (Cadoppi, 1990):
-
Scisti a fengite e quarzo±biotite±granato
che si intercalano agli gneiss tipo “Freidour”, e più sporadicamente ai
metagraniti porfirici della Val Sangone;
-
Sciati a fengite e quarzo±Mg-clorite±Mg-cloritoide±cianite±anfibolo
calcico±rutilo
di colore bianco argenteo impartito quasi esclusivamente dalla mica bianca;
questi scisti si intercalano agli gneiss occhiadini fengitici o al metagranito
di Borgone;
-
Scisti a fengite+quarzo o a ferrifengite, intercalati
sia agli gneiss occhiadini, sia ai leucogneiss a tormalina generalmente in
prossimità dei contatti con coperture quarzitiche o carbonatiche.
Personalmente
durante l’interpretazione dei dati, ho seguito la suddivisione attualmente
accettata, cioè che questi micascisti rappresentino delle miloniti di gneiss,
e marcherebbero, quindi, il contatto tra Dora-Maira e Falda Piemontese.
A
contatto con gli gneiss occhiadini e microocchiadini situati nei pressi delle
località Balma e Roreto Chisone, troviamo dei micascisti di probabile età
carbonifera (Vialon, 1966), molto foliati e senza granati, contenenti però un
pigmento grafitico che rende la roccia leggermente untuosa al tatto e di un
colore grigio molto scuro.
La
frazione grafitica varia, ed in particolare aumenta spostandosi in direzione
sud, mentre la mica bianca e il quarzo presenti sono sempre abbondanti.
Alcuni
affioramenti si rinvengono, anche sotto forma di scaglie all’interno dei
micascisti albitici, nei pressi dell’abitato di Piccolo Faetto.
Gli
gneiss microocchiadini e occhiadini affioranti nel settore più a sud
dell’intera area rilevata, presentano caratteri diversi tra di loro.
I
primi hanno un aspetto decisamente compatto (affioranti a N-W della località
Balma), di colore grigio-marrone, in cui i minuscoli occelli di feldspato
risaltano abbastanza nitidamente.
Si
notano anche degli occhi di mica bianca sub-centimetrici e talora una patina
di alterazione rossastra dovuta ad ossidi di ferro.
Gli
gneiss occhiadini, invece, che affiorano lungo le pareti ad est della località
Roreto Chisone, hanno un aspetto decisamente più scistoso dei precedenti.
Di
tipo pervasivo, la scistosità è definita da un’abbondante frazione micacea
associata ad ossidi di ferro che le conferiscono in alcuni punti una
colorazione “dorata”. Numerosi anche se di dimensioni relativamente
modeste gli occhi di K-feldspato.
Tra
i micascisti polimetamorfici, troviamo in linea di massima alcune differenze
dipendenti dalla frazione micacea, dalla presenza o meno di granati e dalla
grana della roccia.
La
struttura scistosa viene definita da letti di mica bianca, generalmente di
spessore da sub-millimetrico a millimetrico, quasi sempre continui, crenulati
talvolta in maniera molto evidente.
I
granati, presenti in quantità variabile, possono essere anche numerosissimi,
senza però superare mai i due millimetri di larghezza.
Il
quarzo è presente in quantità anch’esso in proporzioni variabili, talora a
formare lacci di quarzo, come così pure la mica; solitamente il quarzo lo si
ritrova sempre in quantità subordinate.
In
alcuni rari casi, i domini quarzosi risultano essere di dimensioni maggiori a
quelli di mica. In questi casi la mica presente è sempre mica bianca di
probabile composizione fengitica (Cadoppi, comunicazione personale), e si nota
generalmente la presenza di ossidi di ferro.
All’interno
dell’area, in località Piccolo Faetto, troviamo alcuni rari affioramenti di
un litotipo che ho chiamato micascisto albitico, molto più compatto dei
classici micascisti presenti nell’area, e con all’interno numerosissimi
occelli di feldspato dalle dimensioni sub-millimetriche.
La
roccia presenta inoltre un grado di fratturazione molto elevato ed una patina
d’alterazione rossastra dovuta ad ossidi di ferro estremamente diffusa.
Come
detto in precedenza, è da ricordare la presenza di una scaglia di micascisto
grafitico all’interno dei micascisti albitici, presente lungo la strada che
dalla località Piccolo Faetto, conduce all’abitato di Gran Faetto.
Di
tutt’altro tipo sono invece i micascisti affioranti lungo il versante destro
del Vallone di Villaretto. La grana decisamente grossolana è l’aspetto che
più li differenzia da tutti gli altri precedentemente descritti.
Con
una scistosità ben definita da numerosissima mica bianca riunita a formare
letti discontinui che separano letti di differente spessore formati da quarzo,
questi micascisti, talora granatiferi, con granati molto alterati di
dimensioni prossime al centimetro, venivano descritti da Vialon (1966), come
facenti parte della porzione di Dora-Maira ad essere stata interessata sia
dall’orogenesi ercinica e sia da quella alpina.
Il
carattere polimetamorfico di questi micascisti è evidenziato dal fatto che
alcuni autori (ad esempio Cadoppi nel 1990), hanno rinvenuto all’interno di
grossi porfiroblasti di granato, foliazioni pre-St.
Tutte
queste rocce rappresentano la porzione più antica del Massiccio del
Dora-Maira, essendo probabilmente i derivati metamorfici di rocce
pelitico-arenacee riferibili al Permiano (Compagnoni & Sandrone, 1981;
Cadoppi, 1990), e presentano un grado di fratturazione generalmente non molto
elevato.
Come
indicato anche in legenda, si rinvengono all’interno dei micascisti a grana
medio-fine delle scaglie di metabasiti eclogitiche, composte da una massa
verdastra indistinta molto scura, nella quale spiccano talvolta alcuni granati
di dimensioni millimetriche.
Da
ricordare che, data la loro posizione strutturale a quote medio-basse, gli
affioramenti di tutti i tipi di micascisti sinora descritti, si presentano
molto alterati; questa loro caratteristica rende complicate le interpretazioni
di tipo strutturale.
n=49
max.
dens.=9.17 (at 277/12)
min.dens.=0.00
Contours
at:
0.00,1.00,2.00,3.00,4.00,5.00,6.00,7.00,8.00,9.00
(Multiples
of random distribution)
|
|
I giunti di discontinuità, osservabili e misurabili un po’ in tutta
l’area rilevata, sono stati raggruppati in famiglie secondo i loro valori di
giacitura, utilizzando un diagramma “Rose” ed un contorno di frequenza
(Fig. n. 1).
Fig. n. 1 – Diagramma “Rose”
e contorni di frequenza (diagrammi equiareale di Schmidt, emisfero inferiore),
rappresentativi di 49 dati giaciturali di altrettante fratture, non distinte
tra fratture relative al Basamento Cristallino del Dora-Maira e fratture
relative alla Falda Ofiolitica dell’Orsiera-Rocciavrè.
Dall’osservazione
del diagramma, è stato possibile riconoscere tre famiglie principali di
giunti ed altrettante secondarie o non ben definite:
1.
un prima e ben definita famiglia di giunti, caratterizzata da
immersione verso S-E, possiede valori di inclinazione sub-verticali;
2.
una seconda famiglia possiede valori di inclinazione di alto grado, con
immersione prevalentemente verso N-W;
3.
una terza famiglia possiede immersione verso sud ed un’elevata
inclinazione.
Dal
diagramma si possono ora rilevare le altre tre famiglie “secondarie”:
1.
una prima famiglia di giunti possiede immersione verso nord ed
inclinazione elevata;
2.
una seconda famiglia, forse la meno importante di tutte, immerge questa
volta verso SSW con valori di iclinazione molto elevati;
3.
l’ultima famiglia di giunti, forse la più importante tra quelle
“secondarie”, possiede un’immersione verso ovest e valori dei
inclinazione quasi identici alla famiglia precedentemente descritta.
Le
strutture sopra descritte sono state osservate lungo tutto il Vallone di
Villaretto, in alcuni punti del Vallone di Rouen, nelle vicinanze del Rifugio
del Selleries e negli affioramenti al di sopra della località Vignale, per ciò
che riguarda il Dora-Maira; all’interno della falda ofiolitica queste
strutture sono, invece, distinguibili un po’ ovunque.
Per
ciò che concerne la falda ofiolitica, diversi contatti tettonici si possono
ritrovare generalmente al limite tra serpentiniti e calcescisti.
Ciò
è dovuto principalmente alla diversa risposta che le rocce hanno al campo di
stress. Le rocce al contatto tra queste due litologie sono state identificate
come brecce anfibolico-carbonatiche.
Il
contatto tra Falda Ofiolitica dell’Orsiera-Rocciavrè e il Massiccio
Dora-Maira, come specificato nel capitolo dedicato alle conclusioni, si situa
a tetto degli gneiss occhiadini, ed è evidenziato da una banda di micascisti
argentei affioranti in modo discontinuo lungo una fascia disposta E-W
all’interno dell’area.
Le
varie fratture rilevate, si sono sviluppate lungo piani di debolezza della
roccia, interpretabili come fasce ristrette dove si concentra la deformazione,
gli sforzi impartiti dal movimento alla roccia hanno prodotto anche uno
spostamento, quantificabile, per ciò che riguarda la faglia precedentemente
descritta, in un metro circa.
Per
quanto riguarda lo studio della deformazione di tipo duttile, ho cercato in
primo luogo, di riconoscere le varie fasi di piegamento, e di assegnare loro,
quando possibile, un ordine cronologico.
Nel
fare ciò mi sono basato sul criterio di interferenza geometrica dei diversi
sistemi plicativi, osservabili saltuariamente, in alternativa mi sono basato
sui diversi stili di piegamento propri delle diverse fasi.
Purtroppo
quest’ultimo metodo presenta il non trascurabile problema della diversa
risposta agli sforzi che i diversi litotipi presenti hanno alla medesima fase
di piegamento.
Sono
presenti nell’area almeno tre diverse fasi di piegamento riconosciute ed
indicate anche in carta; ulteriori fasi plicative a grande scala sono state
rilevate solamente dopo un attento studio “a tavolino” dei dati di
terreno.
La deformazione di tipo duttile è evidenziata in primo luogo da una
foliazione traspositiva fortemente pervasiva, la quale ha originato la
scistosità S2 a carattere regionale prodotta dalla fase F2.
Della fase plicativa che ha
generato questa scistosità posso riconoscere talvolta lacci di quarzo negli
affioramenti di micascisti a granato presenti lungo la strada che porta a
Seleiraut.
Una
fase successiva alla S2 (F3), è evidenziata da una crenulazione che ripiega
la scistosità regionale, senza però generare nuova scistosità.
Si
tratta di pieghe a piano assiale immergente generalmente verso nord, con assi
diretti E-W ed immergenti per lo più verso est.
Le
strutture relative a questo evento deformativo, presentano pieghe generalmente
isoclinali, con dimensioni che vanno dal millimetro al metro.
Come
si è detto, all’interno di quasi tutte le rocce, questa crenulazione
produce pieghe di tipo cilindrico ed isoclinale.
Per
il fatto che le rocce reagiscono agli sforzi in maniera differente, queste
strutture si rinvengono maggiormente all’interno dei litotipi del basamento,
mentre in alcune litologie più competenti di altre, come ad esempio nelle
rocce basiche ed ultrabasiche, si notano piegamenti molto più blandi.
In
alcuni affioramenti di gneiss si osserva una fase successiva a tutte quelle
sopra descritte, denominata F4.
Le
pieghe generate da questa fase presentano un piano assiale circa orizzontale,
debolmente immergente verso NNW, e asse diretto NE-SW con debole inclinazione
verso NE.
Questa
deformazione, in accordo con quanto indicato da Borghi et al. nel 1984, è ben
visibile al Truc del Cueulo.
Gli
autori riferirono di pieghe megascopiche causate dallo scollamento del
Complesso Jouglard-Selleries dal suo substrato.
Nella fig. n.2 sono riportate le proiezioni dei dati relativi alla
scistosità traspositiva regionale (S2), plottati come poli di piani, entrambi
riportati in proiezioni sul reticolo equiareale di Schmidt (emisfero
inferiore), e relativi contorni di frequenza.
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Equal area projection, lower hemisphere
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Fig. n. 2 - Proiezioni
stereografiche dei dati relativi alla scistosità traspositiva regionale (S2),
sul reticolo equiareale di Schimdt, emisfero inferiore
Dal plottaggio relativo al Dora-Maira, comprendente basamento
cristallino e relative coperture, si può notare una lieve dispersione di
alcuni punti, giustificabile citando il diverso comportamento meccanico delle
varie rocce componenti il massiccio rispetto alle coperture, che risultano
essere solitamente scollate.
La maggior parte dei piani di
scistosità regionale risulta avere un’immersione verso NNW.
Per
ciò che riguarda la falda ofiolitica, la disposizione della nuvola di punti
è maggiormente orizzontalizzata in direzione E-W rispetto al Dora-Maira.
In
questo caso si nota una preponderante presenza di piani immergenti verso N-W,
con un’inclinazione quasi identica ai precedenti.
Fig. n. 3 – Proiezione
stereografica cumulativa e relativo contorno di frequenza, relativa ai dati
giaciturali della scistosità traspositiva regionale S2, senza distinzione tra
Basamento Cristallino del Dora-Maira e Falda Ofiolitica
dell’Orsiera-Rocciavrè.
Nella
foto n.6 si nota una piega serrata in serpentinite, posta ad est della
bergeria del Ciardonnet. Come indicato in legenda, al di sotto troviamo degli
gneiss tabulari identici in tutto e per tutto a quelli presenti ad est del
rifugio del Selleries. La piega in questione possiede un asse con orientazione
E-W, riconducibile alla fase deformativa indicata da Pognante nel 1980 come
B2.
In
generale i depositi continentali superficiali che più facilmente ritroviamo
sulle Alpi, sono depositi glaciali dovuti all’attività di trasporto operata
dai ghiacciai, conoidi alluvionali, coni detritici di versante, detrito di
falda e coperture eluvio-colluviali.
Per
quanto riguarda la zona studiata, le cui considerazioni possono essere valide
per l’intera Val Chisone, i rilevatori della carta alla scala 1:100.000
(Mattirolo et al., 1910), interpretarono questi depositi come glaciali di
vario tipo, legati all’ultima pulsazione glaciale (würm).
Franchi
e Novarese, già nel 1895 notarono che il ghiacciaio della Val Chisone non
raggiunse mai lo sbocco al fondo della valle, ma si limitò a giungere sino al
settore attualmente occupato dall’abitato di Perosa Argentina.
La
valle, quindi, presenta due differenti profili trasversali, uno tipicamente ad
“U”, caratteristico dell’erosione glaciale, ed uno a “V”, tipico
dell’erosione fluviale. Il passaggio da uno all’altro, non è immediato,
ma tendenzialmente progressivo.
Infatti,
una morfologia glaciale vera e propria, la si ritrova solamente dall’abitato
di Pragelato in su, al di fuori dell’area da me rilevata. I tanto potenti
quanto incoerenti depositi glaciali di colore bianco-giallallastro presenti
sulla destra idrografica, avvalorano tale affermazione.
Studi
più recenti (Giraud, 1985) misero in risalto il fatto che i depositi glaciali
nella valle sono difficilmente osservabili.
L’unico
certo riguarda proprio il settore da me rilevato, in quanto lo si trova nel
Vallone di Villaretto, ad alcune centinaia di metri dall’abitato di
Villaretto Superiore.
E’
costituito da una morena laterale, e la presenza massiccia di una componente
limosa gli dona una colore bianco-giallastro molto chiaro.
Altra
particolarità di questo deposito è la totale assenza di ciottoli sfaccettati
(Giraud, 1985). Altra testimonianza della presenza di ghiacciai in epoca
passata, troviamo ora alcuni massi erratici, uno dei quali all’interno
dell’area da me rilevata, sito a pochi metri dall’ultima abitazione di
Villaretto Superiore.
Un’altra
caratteristica della valle, è data dal Torrente Chisone. Quest’ultimo,
infatti, scorre sui depositi trascinati a valle dai suoi affluenti laterali
(Franceschetti B., comunicazione personale).
Risulta
quindi logico ipotizzare un grande trasporto di materiale solido operato dai
vari rii che confluiscono nel torrente Chisone.
La
zona è sede di un fenomeno di dinamica dei versanti molto importante. Infatti
sono numerose le così dette “paleofrane” (Forno, comunicazione personale)
che stanno ad indicare un deposito composto da blocchi disarticolati che
coinvolgono spessori di roccia di notevoli dimensioni (anche 100 metri).
Questi
particolari depositi sono stati oggetto di studio approfondito, anche nel
tentativo di relazionarle con il sistema di fratture Cenischia-Nizza (Carraro
& Forno, 1981; Giraud, 1985).
Altri
autori (Dramis, 1984; Sorriso-Valvo, 1984), hanno proposto per questo fenomeno
il nome di “deformazione gravitativa di versante”. Alcuni settori della
Val Chisone sono inoltre interessati da un’attività geodinamica quaternaria
di versante, che ha portato alla formazione di numerosissimi trench, con
conseguente formazione di sdoppiamenti di creste e ampie depressioni.
La
Regione Piemonte, dato l’alto rischio di frane, ha posto queste zone sotto
vincolo idrogeologico.
Passerò
ora ad analizzare più in dettaglio, le varie formazioni quaternarie rilevate
all’interno dell’area presa in esame.
Coltre detritico-colluviale ed eluvio-colluviale
Sono
i depositi in assoluto più diffusi, specialmente nella parte bassa
dell’area (dai 2000 metri in giù), dove il substrato affiora in misura
minore.
È
stato usato il termine di coltre detritico colluviale ed eluvio-colluviale per
indicare la probabile presenza sia di prodotti di alterazione di formazioni in
situ (eluvium), sia la presenza di prodotti di degradazione superficiale
trasportati a valle e risedimentati dalle acque ruscellanti (colluvium),
secondo quanto appreso dal corso di Geologia del Quaternario.
Sia
nella carta degli affioramenti, sia nella carta interpretativa, però, questa
distinzione non è stata effettuata, in quanto troppo particolareggiata.
Depositi alluvionali recenti
Costituiscono
l’attuale alveo del torrente Chisone e sono formati da uno strato ghiaioso
incoerente composto da ciottoli di varie dimensioni (in generale la grana di
questo deposito è sempre molto grossolana; depositi con granulometria
inferiore al centimetro li si può incontrare molto di rado e, comunque,
sempre associati ad altri con granulometria raramente inferiore ai due
centimetri), e di varia natura, associati a ciottoli anch’essi poligenici
molto più grossi dei precedenti (dimensioni variabili dai due ai dieci
centimetri), e a blocchi di grosse dimensioni, talora superiori al metro.
La
causa loro presenza è da addebitarsi al distacco di porzioni di roccia dal
vicino Monte Malvicino.
In
prossimità dello sbocco dei valloni laterali sul fondovalle della Val
Chisone, soprattutto per ciò che riguarda il Rio di Villaretto e il Rio
Rouen, si sono impostati i caratteristici conoidi alluvionali, depositi che si
creano per il repentino cambiamento di pendenza e la conseguente brusca
diminuzione di energia che porta il torrente a passare dal precedente stadio
erosionale ad uno deposizionale.
Per
ciò che riguarda il caso del Rio Rouen, il
conoide ha addirittura deviato il corso dell’acqua.
Depositi gravitativi
Sono
riscontrabili essenzialmente nella parte alta dell’area (dai 2000 metri in
su), sotto forma di detrito di falda e di scivolamenti gravitativi profondi.
I
primi sono stati ulteriormente distinti in:
-
detrito di falda a grossi blocchi (superiori al metro
cubo);
-
detrito di falda a piccoli blocchi (inferiori al metro
cubo).
Sono
entrambi caratterizzati dal distacco di elementi di varie dimensioni che si
accumulano in prossimità del piede della parete rocciosa da cui si staccano;
quando la forma del detrito assume una forma conica si parla di coni di
detrito.
Si
rinvengono alla base del Monte Orsiera, in prossimità della bergeria del
Ciardonnet, nelle vicinanze della Punta di Mezzodì, sul versante sinistro del
rio sito nella Valletta Lunga e in prossimità del rifugio del Selleries.
Due
affioramenti particolarmente importanti di detrito a grossi blocchi, sono
localizzabili vicino alla bergeria del Jouglard e tutto attorno al lago del
Ciardonnet.
Altro
affioramento di origine gravitativa, è una frana a cavallo tra il Vallone di
Villaretto ed il Vallone di Rouen.
Si
segnala la presenza di una dinamica di versante in alcune zone poste a circa
2000 metri di quota (ad esempio a nord del rifugio del Selleries, oppure a sud
della bergeria del Jouglard). Tale attività è evidenziata da un manto erboso
che si presenta discontinuo, simile ad un terrazzamento a piccola scala.
Depositi lacustri
Per
quanto riguarda i due depositi lacustri da me indicati come attuali, bisogna
precisare che non si tratta di depositi terrigeni misti a materiale organico,
ma semplicemente di depositi sabbiosi molto fini con limitata estensione
aerale, situati al Lago del Gavia e al Lago del Jouglard.
Depositi glaciali e fluvioglaciali indistinti
Affiorano
principalmente nei pressi di Saret del Campo (da 2.200 metri a N-W delle
bergeria del Jouglard, fino ai 1.900 a sud di Saret del Campo), lungo il Rio
di Villaretto, lungo il quale partendo da 2000 metri, giungono sino a 1.300
metri, e nelle vicinanze del Truc del Cueulo a circa 2000 metri di altitudine.
Sono
rappresentati da depositi angolosi di potenza variabile dal metro ad alcuni
metri, non classati ed eterometrici; le dimensioni dei clasti sono infatti,
molto variabili, comunque mai superiori ad alcuni metri.
Gli
elementi sono costituiti da litotipi diversi, con matrice il più delle volte
medio-grossolana; si presentano solitamente poco compattati e privi di
stratificazione.
Un
particolare tipo di deposito glaciale, è stato rilevato alla quota di circa
1.350 metri lungo il versante sinistro del Rio di Villaretto. Si tratta di un
deposito limoso originatosi da un till di allagamento (Giraud, 1985), di
colore bianco-giallastro ben evidente sul versante sinistro del Vallone di
Villaretto; particolare è la totale assenza di ciottoli sfaccettati al suo
interno (Giraud, 1985).
Da
segnalare a pochi metri dall’abitato di Villaretto Superiore lungo la strada
che porta alla bergeria del Jouglard, la presenza di un trovante di notevoli
dimensioni.