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Giovedì, 31 Marzo 2016 15:24

Alexander di Oliver Stone

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Platoon era un altro film ed aveva un altro fascino. Questo Alexander di Oliver Stone è ambiziosetto oltrechè costoso ma non entusiasma. Con Colin Farrell, Angelina Jolie, Val Kilmer e Anthony Hopkins io narrante che ci conduce nella vita e nelle conquiste di Alessandro il Grande, figlio di Dario II e di Olimpiade, una barbara giunta al cospetto dei macedoni per essere dominata ma in realtà dominatrice. Il film viene definito storico ed ha ambizioni da kolossal alla Ben Hur. E’ lungo, tremendamente lungo, talvolta fin troppo, vizioso fino all’eccesso nell’adorare immagini di morte, guerra e scontri. Stone tenta anche di insinuare alcune variazioni sulla vita e la morte di Alessandro. E’ la madre ad aver ordito l’omicidio del padre, sono i generali ad aver ordito la morte di Alessandro, non la malaria. Dario, il re persiano fugge verso l’Oriente e viene braccato da Alessandro, tradito, scovato, viene ucciso. In realtà Dario non si arrese e tentò una nuova impresa, la riconquista del suo impero ma venne sconfitto in battaglia. Volontà storica precisa o piccole inesattezze. Clamoroso invece, con tante vagonate di dollari spesi, questo incredibile particolare: per due volte Alessandro legge lettere della madre che sono scritte in inglese. Nitidissimo un have been. Ora è pur vero che la madre si chiama Olimpiade, però si poteva benissimo fingere un pallido greco. Perlomeno. Il film inizia con la seguente citazione. La fortuna aiuta gli audaci e con la scena della morte di Alessandro, un breve fotogramma. E’ Anthony Hopkins ad illustrarci la vita di Alessandro: dei genitori sapete, il padre è un alcolizzato violento che passa da una festa all’altra e da una donna all’altra, la madre un’intrigona bellissima. Sicuramente il Dario II avrà portato il giovin Alessandro a ripercorre con i disegni la storia della mitologia greca. Da mal di testa. Si viaggia di otto in otto, da Aristotele che insegna ai giovani macedoni di Pella, al ragazzo Magno che intravede sul suo cammino di gloria un nuovo amore del padre con relativa prossima prole. Sarà quello il predestinato, il prossimo nascituro?. Ebbene Dario II viene ucciso, da un intrigo di palazzo, sostiene la storia, dalla moglie sostiene indirettamente Stone che dopo il viaggio otto in otto, marcia spedito verso le conquiste salvo tornare indietro di otto anni, alla morte del padre, in concomitanza con la morte prossima dell’Eroe. Alessandro è ambizioso e si rivolge contro i Persiani. Nel mentre, cosa che Stone non ci dice, immerso nell’ammirazione quasi totale per il personaggio, Alessandro aveva passato a filo di spada la popolazione di Tebe. Azione preventiva, si direbbe oggi. Da una parte Alessandro e la giovane generazione di comandanti, dall’altra Dario e la tentacolare Babilonia. C’è solo una battaglia decisiva, Dario fugge, Alessandro entra nella tentacolare. Le pugne furono in realtà due e nella seconda Alessandro catturò i parenti prossimi del fuggitivo compresa la moglie. Nella finzione cinematografica, Alessandro entra a palazzo e si dimostra magnanimo e buonista (cosa che fece effettivamente). Babilonia è piena di insidie, i persiani sono dediti al vizio a differenza dei greci che sono dediti al vizio ma anche all’adorazione della guerra. In questo contesto emerge prepotente l’amore omosessuale tra Alessandro ed Efestione, un suo luogotenente, amore platonico ma vero, anche se il prode tradisce ripetutamente, dichiara e non dichiara, dimostra e non dimostra. Nel frattempo la marcia verso l’ignoto prosegue tra fondazioni di Alessandria, guerra cruente e conquiste. L’impero si espande, cresce, non ha limiti. Alessandro si sposa con una barbara di una popolazione lontanissima. Si incrina per la prima volta il rapporto con la sua coorte, causa finale forse della morte del Magno. Stone sembra dire che Alessandro aveva una mente aperta e fuori dal suo tempo. Rovescia il piano culturale, i barbari non sono nemici ma amici da inglobare senza distruggerne i principi, la storia e le tradizioni. Ma non accontentarsi mai è il suo motto, verso l’india, il film ormai tende alla deriva e tutti si aspetta il momento della morte. C’è tempo, c’è la morte di Cleto, ucciso da Alessandro in un impeto d’ira che Stone giustifica con un impeto alcolico. Dopo una durissima battaglia in cui muore il suo cavallo e lui stesso viene ferito gravemente il Monarca decide di fare retromarcia e tornare a Babilonia. Prima della battaglia emerge la seconda spaccatura nel suo esercito, questa molto forte, fortissima che serve per introdurre l’insinuazione sulla sua morte. Si torna indietro, Alessandro è ormai malato di delirio d’onnipotenza che Stone maschera con la volontà di creare un mondo libero, libertà retta da guerre fatte in nome della possibilità di far muovere liberamente i sudditi all’interno dell’Impero. Troppo Bushiano!. Efestione viene avvelenato, anche se la sua morte si spaccia per malaria: come la madre uccise il padre, così la moglie ha ucciso il suo amore, l’unico amore della vita. Per lui si intuisce la stessa fine, avvelenamento, una faida, un complotto ordito dai suoi generali.


Maya@valchisone.it

Secondo racconto di una sagra che pare infinita. Giovedì 23 dicembre. Un viaggio che parte da corso Einaudi angolo corso Duca degli Abruzzi e termina in corso Sommelier angolo via Nizza. Diciotto minuti, un’infinità di tempo in cui si sono intrecciate speranze e delusioni. Sono le ore 20.16 quando la barca dirige la prua in corso Einaudi. Il traffico fino a quel punto è stato scorrevole ma non troppo, un tappo in largo Orbassano provenienti da via Tirreno. Si ha il tempo di ammirare la costruzione dell’architetto danese che se non sbaglio ha aggiunto un piano rispetto al mio ultimo reportage. Tappo all’angolo con Corso Rosselli che si scioglie in un’amen, verso corso Duca che ci riserva piacevoli sorprese nei continui verdi che incrociamo. Il traffico che prima era nervoso, diviene corretto, prego tu, no prego tu. Cerimoniosi alla torinese dopo che fino a dieci minuti prima ci si sbranava rabbiosamente per conquistare un metro di terreno. E traffico che si mantiene scorrevole fino all’incrocio con corso Galileo Ferraris. Sono le 20.18 quando superiamo l’incrocio con irrisoria facilità. Fermi. A passo d’uomo o quasi per dieci metri, poi improvvisamente una fiammata ravviva il movimento e ci si ritrova sospinti all’angolo con corso Re Umberto. Sono le 20.21, ci si racconta della giornata, un tram da l’impressione di voler girare malgrado il nostro verde: a rischio di maxi collisione. Il colosso si ferma giusto all’incrocio con la corsia destra, qualcuno per non sbagliare sfonda lievemente sulla sinistra. Guadagniamo la conclusione dell’incrocio con ingresso verso il porto di corso Sommelier che sono le 20.23 circa. Il diario di bordo non è preciso, abbiamo tre quarti di macchina dentro il porto e da destra un megacilindrata prova ad infilarsi provenendo da Corso Re Umberto e dalla rotonda. Tenta di entrare in uno spazietto di cinquanta centimetri, infila la prua con prepotenza ma probabilmente si rende conto che la manovra non riuscirebbe neppure a Paul Cayard e desiste. Dire che i mezzi si muovano a passo d’uomo e fin troppo generoso. Prima, cinque metri, fermi per secondi interminabili. Con fortuna siamo all’altezza dell’arlecchino intorno alle 20.28. Le barche si muovono nuovamente in maniera nervosa, il traffico e la paralisi trasformano inermi individui in belve feroci pronte a colpire. Altro che arena e gladiatori. Dalle vie laterali entrano nella giostra decine di macchine, sono le 20.31 quando raggiungiamo l’incrocio con via sacchi a sinistra, corso Turati a destra. Uno dei misteri delle code torinesi è questa improvvisa esplosione di traffico e il successivo scioglimento. A tappe alternate. Siamo finalmente sul cavalcavia con il pub irlandese sulla destra e porta nuova a sinistra. Si vola, eufemismo cattivello verso via Nizza, si arriva all’incrocio che sono le 20.34. Siamo stanchi, seratina di freddo intenso, arriva la neve?. A proposito di mode. San Salvario qualche minuto dopo. Entriamo in via Sant’Anselmo, parcheggi a sinistra, parcheggi a destra. Ci passa una macchina, non giusta ma quasi. Ebbene a metà della via le barche ferme sono due. Senza frecce. Sono un gruppo di ragazze che programmano la serata e discutono ad alta voce tra di loro. Sono incuranti del fatto che le macchine debbano rallentare e prendere la mira per entrare nello spiraglio che (bontà loro) hanno lasciato. Se noi siamo pervasi da atmosfera natalizia e sorridiamo il megacilindrata che arriva dietro strombazza imperioso. Loro niente, sono ancora lì a discutere della serata, perché Lucia non è detto che sappia l’indirizzo. Secondo esempio di moda torinese. Vigilia di Natale. Sotto casa, due isolati completi di macchine in seconda fila. Sono circa duecento metri e fanno bella mostra di sè. Compreso portone carraio. Sei litigi dei condomini in meno di dieci ore, io mi limito a segnalare la presenza di un cartello e una gentile signora visibilmente innervosita dall’interruzione dello shopping e dalla mia pretesa di voler entrare nel mio portone carraio, mi chiede: “Miiii dicaaa dove posteggio?”. “Non so signora, non davanti ad un portone carraio”. Non c’è verso è un continuo trillare di clacson. Eppure non c’è un vigile che uno. Sono anche queste multe ma evidentemente non si vuol rovinare il Natale delle compere ai torinesi. Perché poi i commercianti che sono associazione potente scriverebbero lettere infuocate al sindaco e a qualche assessore. La legge non è uguale tutti i giorni dell’anno o la vigilia di Natale è un po’ meno eguale?.

 

Maya@valchisone.it

Scritto da Alessandra D’Alessandro, Salvatore Romagnolo, Roberto Saracco “L’era delle tecnologie si affermerà proprio quando queste scompariranno” Roberto Saracco “scomparsa delle telecomunicazioni” Saggio scritto a sei mani, quattro passi nel futuro è un libro ricco di spunti curiosi ed interessanti su come sarà o potrebbe essere il mondo del prossimo futuro, quello dietro l’angolo. Non è un libro scritto da futurologi professionisti né da iscritti alla Wordl Future Society di Washington. Né da futurologi che lavorano nelle società di pianificazione o ricerca o da esperti di marketing. “Innovare” sostengono a sei mani “significa gestire la complessità, governare processi instabili, fare i conti con elementi contradditori, rafforzare la capacità progettuale e di comunicazione. Facilitare la condivisione di valori e contenuti”. Alla capacità di innovare è legata gran parte del nostro futuro, vorrei aggiungere innovare in maniera compatibile con l’ambiente e senza alcuna forzatura. Innovare in maniera intelligente ed innovare per tutti, non solo per una fascia ristretta della popolazione. Il progresso non deve diventare lo steccato ma semmai condivisione di valori e visioni. Il libro non vuole avere contenuti sociologici e/o politici almeno in questa direzione e fermo la riflessione ugualitaristica che ormai sapete essere nel mio patrimonio genetico. Spero che i tre autori, se mai leggeranno questa recensione, si trovino d’accordo con questa posizione. Si descrive un futuro prossimo venturo che è già presente, il futuro è già nelle nostre case ed investe ogni aspetto della vita quotidiana. L’assuefazione a questo futuro prossimo venturo ci fa spesso dimenticare che la componente tecnologica è ormai schiacciata nel processo produttivo ma dietro questa componente certamente si trovano aspetti come la programmazione e soprattutto la progettazione. E’ il salto dalla società industriale a quella tecnologica, un salto anche culturale con processi nuovi da governare e definire: pensate per un attimo ai chip del computer. Pensate a quali sono le potenzialità di crescita e pensate alla velocità d’esecuzione di queste potenzialità: la rivoluzione industriale è stata la summa di un processo lento, lentissimo. Fino all’esplosione appunto dell’era tecnologica, dove tutto corre in più direzioni. La rivoluzione della tecnologia si ripercuote anche negli aspetti legati alla realizzazione, cioè al lavoro: mentre la General Motors, multinazionale industriale ha alle proprie dipendenze circa settecentomila lavoratori, Microsoft, ne occupa poco meno di ventimila “Il futuro”- “così scrivono nel primo capitolo “è una specie di patchwork in cui ogni quadratino fornisce un contributo ma al tempo stesso risulta condizionato da ciò che succede intorno a lui”. Casa, automobili, tempo libero, tutto è investito da progetti e progettualità. Cosa realizza e cosa realizzerà la tecnologia? Il saggio risponde a questa domanda, se interessati all’argomento vale la pena leggerlo.

 

Maya@valchisone.it

Giovedì, 24 Marzo 2016 11:06

Pallavolo femminile: Tortolì-Vicenza 3-1

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Giocavano l’ottava, Vicenza, contro la nona, Tortolì. Partita spettacolare, grandi giocatrici da una parte e dall’altra, segno che il campionato di pallavolo femminile è di ottimo livello. Vicenza nel turno precedente aveva distrutto Novara, terzo in classifica, Tortolì era stato tritato a Pesaro in poco più di un’ora. Il primo set, con Vicenza avanti, sembrava il remake della giornata precedente, le ragazze vicentine allenate da Giuseppe Vica, statisticamente ottenevano il 50% di attacchi vincenti contro il 39% delle sarde allenate da Giuseppe Cuccarini. La differenza, così bene espressa da quel dato contribuiva al 25-22 finale. Il secondo set, equilibrato, partiva con un 3-2 per Tortolì e punto della Sekulic. Muro della Caponi ed errore in battuta della Leto, primo ed unico vantaggio per Vicenza, 4-5. Erano i muri a tenere Vicenza a contatto, muro della Borrelli, doppio muro sulla Menchova e Magdalena Sliwa, polacca, campionessa europea in carica. A quel punto spariva il muro vicentino ed usciva la Sliwa, ancora in errore in battuta della Menchova (lo scrivo come compare sulla maglietta), ma la Sekulic e la Karczamarzewka, chiamatela Agata, facevano danni irreparabili. 16-12 poi 20-14, con il muro sardo insuperabile. Fuori la Paccagnella dentro la Norato Simona, fuori la Sliwa dentro la palleggiatrice belga, Dirickx, meno personalità ed esperienza. Ingresso in campo anche per Valentina Conte, out Agata. Un’errore in battuta della Lehtonen, poi punti di Valentina Borrelli, inutile perché Natasa Leto chiudeva la pratica, 23-21 quindi 25-21. Rispetto alla partita con Novara, manca Sanja Stalovic, presente in campo ma non devastante e decisiva come sette giorni prima. Dall’altra parte la Menchova, alterna, risulta fondamentale Uno ad uno e tutto da rifare. Nel terzo set pare bene Tortolì, 3-1, ace della Menshova, murata la Mouha che si riscatta con qualche buona schiacciata. Ancora muro sardo con la Liktenchein, la palleggiatrice, che suggerisce attacchi pressoché vincenti. L’equilibrio si spezza, 8-3, rientra la Norato, 11-8. Prevale l’entusiasmo, Tortolì allunga in maniera decisiva, 18-13, 22-13, con le ragazze vicentine che si guardano ripetutamente senza capire il motivo di un simile crollo. Tiene la Lehtonen. dilagano la Sekulic e la Leto. 25-17 per Tortolì. Quarto set, il primo punto è della Mouha (7 punti fino a quel momento), 4-4 con errore della Lehtonen, Vicenza sembra essersi risvegliata dal torpore e rientra in partita. 8-8, sette errori in battuta a testa, sbaglia la Natasa Leto, Vicenza sopra di due. Lehtonen dieci, Leto 15, Paccagnella 7. 12-13 con errore della Liktenchein, 12-14 per le venete. Nuovo pareggio sul 15-15 con invasione fischiata alle ospiti. Menchova 19 punti, Starovic 13 malgrado qualche imprecisione. Nuovo pareggio sul 18-18, match palpitante, entra la Caponi, la Sliwa inventa, la Leto vola a sedici punti, sorpasso Tortolì sul 19-18. Ancora Leto, muro della Caponi, punto della Paccagnella. Sbaglia la Starovic in battuta, sbaglia anche la Lehtonen un attacco senza muro avversario alzato. 23-19. Ancora la Paccagnella, il trend è ormai fissato, fischiato un ritardo in battuta a Vicenza che fissa il 24-20. Prima la Borrelli che riemerge dalla nebbia, poi un muro fanno sperare le vicentine. Meno due. Un’illusione, Tortolì chiude, vincendo meritatamente per 25-22. Le pagelle. Tortolì Tatiana Menchova voto sette e mezzo. Fa più punti di tutte ma gioca tanti palloni. Mezzo punto in meno per qualche errore di troppo. E’ comunque devastante Natasa Leto. Voto otto. Bravissima nei momenti decisivi, una molla. Quando viene servita è sempre presente Sesti Nunes. Voto sei e mezzo. E’ difficile, almeno per me, giudicare il libero della pallavolo. Copre bene. Manuela Caponi. Voto sette e mezzo. Parte non benissimo ma cresce. Il muro di Tortolì è decisivo nel secondo e nel terzo set. Branka Sekulic. Voto nove. Come il numero di maglietta, esplosiva e bella. Realizza i punti che occorrono, quando occorrono, quando viene servita a dovere. La ragazza serba è strepitosa. Karczamarzewska Agata. Voto sette e mezzo. Ogni tanto commette l’errore del doppio tocco. Per il resto quando attacca fa davvero paura. Per potenza e precisione. Se avesse meno pause sarebbe incontenibile. Liktenchein. Voto otto. La palleggiatrice muove l’attacco di Tortolì in maniera impeccabile. Valentina Conte. Voto sei. Entra al posto di Agata, qualche spezzone di partita. Giuseppe Cuccarini (allenatore) voto sette. Ha una buona squadra che dopo una partenza non esaltante si sta prendendo qualche soddisfazione. Tortolì è una neopromossa, se si salva è un ottimo risultato, se entra nelle prime otto un miracolo. Vicenza. Valentina Borrelli. Voto sei. Ha forza e capacità. Si smarrisce nei momenti decisivi. Sliwa Magdalena. Voto sette e mezzo. Mezzo punto in più per la sostituzione del secondo set che non condivido. Qualche lampo di genio, in un’azione del quarto si comprende come predichi nel deserto della mancata concentrazione altrui. E’ anche fascinosa. Stalovic Sanja. Cinque e mezzo. Si intestardisce e viene murata. E’ potente realizza comunque tredici punti. Ha i numeri per fare di più. Non difende benissimo. Lehtonen Riika. Voto sei. La finnica alterna ottime soluzioni ad errori anche in battuta. Paccagnella Stefania. Voto sei. Parte bene, viene sostituita, tiene a galla Vicenza nel finale. Da il suo apporto. Liesbeth Mouha. Voto sei meno. La giocatrice belga nel terzo set si erge protagonista dei primi scambi. Fa una grandissima cosa e poi viene murata. Troppo alterna. Norato Simona. Voto sei. Entra al posto della Paccagnella, non ha tante occasioni di mettersi in mostra. Dirickx Fraeke. Palleggiatrice, sostituisce della Sliwa. Gioca poco, in quel poco Vicenza ha le idee confuse. Zirio Isabella. Voto sei e mezzo. Libero. Si impegna, la si vede saltare a destra e a sinistra. Simpatico il siparietto del quarto set che la vede esclusa dal campo. Giuseppe Vica (allenatore). Voto sei meno. La Vicenza che umilia Novara esiste un set. La squadra ha troppi vuoti ed è incapace di far variare gli attacchi murati nel secondo e terzo set.

 

Maya@valchisone.it

 

 

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