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Letteratura

Letteratura (59)

Mercoledì, 13 Luglio 2016 15:06

La città della gioia di Dominique Lapierre

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All'interno della città della gioia, Calcutta, si intrecciano le vite di tre diversi personaggi: Max Loeb, un giovane medico americano che fugge dalla sua dorata Florida alla ricerca di un senso alla propria esistenza. Hasari Pal che con la sua famiglia si è trasferito dalle campagne del Bengala a Calcutta per fame. Troverà lavoro tirando i risciò, lavoro disumano e nemmeno sufficiente a sfamare la famiglia. Paul Lambert, un missionario francese che decide di dedicare la sua vita ai più poveri e sofferenti. Un romanzo, un documentario, un racconto, un'indimenticabile testimonianza d'amore che tocca il profondo dell'anima. Con uno stile tipico di chi ha visto con i proprio occhi ciò che racconta, Lapierre ci porta all'interno della povertà più vera, della malattia, della miseria, tutto ciò immerso, però, in un alone di amore incondizionato. Con la città della gioia si intraprende un vero e proprio viaggio in India, all'interno della tradizioni, delle religioni, della dura vita quotidiana; si vive a faccia a faccia con i protagonisti, si respirano gli odori, si vedono davvero i vivaci colori degli abiti delle donne... Anche questo è un libro per prendere realmente coscienza di ciò che sappiamo ma troppo spesso nascondiamo sotto la coltre dell'indifferenza. Un libro che può essere un pugno nello stomaco per la sua crudezza ma anche un'immensa testimonianza di come l'amore possa fiorire anche nel più arido terreno di disperazione. Dominique Lapierre è nato a Chatelaillon, in Francia nel 1930. E' scrittore e giornalista, ha viaggiato molto e soggiornato per lungo tempo in India. La metà dei diritti d'autore dei suoi libri li devolve all'associazione che ha fondato nel 1982 con Madre Teresa di Calcutta "Action pour les enfants des lépreux de Calcutta". Ha scritto inoltre Mille Soli e, insieme a Larry Collins, Più grandi dell'amore, Gerusalemme! Gerusalemme!, Stanotte la libertà, Alle 5 della sera, Parigi Brucia, Il quinto cavaliere. Con Javier Moro ha scritto Mezzanotte e cinque a Bophal.

 

vale@valchisone.it

Mercoledì, 13 Luglio 2016 11:42

Ambarabà di Giuseppe Culicchia

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Giuseppe Culicchia torinese quarantenne ha scritto questo romanzo dopo il successone di Tutti giù per terra (con film annesso), e i successi editoriali di Paso Doble e Bla bla bla. Questo romanzo è un intreccio di storie, venti che si fondono nella ventunesima, la finale, la conclusiva. Viene rappresentata un’umanità dolente, a volte teatrale, talvolta folle: venti ritratti che hanno in comune l’enorme difficoltà dei rapporti umani e il fallimento della società produci&consuma. Il ventunesimo è lui, colui che butterà sotto il metrò uno dei venti scellerati. La scelta sarà affidata alla conta. La metropolitana è il rifugio ideale da errori, paure, amnesie, ricordi del passato che riemergono. Il primo tiene gli occhi chiusi. E’ sposato ha due figli. Rammenta il nonno e l’infanzia felice, i pessimi rapporti con il padre, un eufemismo, l’avidità dei parenti, la morte del nonno, la distruzione della quercia, il ricordo emblematico. La seconda si ascolta respirare. Fa la prostituta, è la sua vita, ha fatto la prostituta per conto del fratello. Senza alcuna motivazione se non guadagnare soldi. Un linguaggio crudo e ritmato, fatto di poche pause, storie da leggere in apnea. Come quella del terzo. Si gratta la barba. E’ un barbone, i suoi rapporti con gli umani, cioè gli altri, non c’è volontà di impietosire da parte dell’autore, semmai una crudele ed ironica distanza dal nostro razzismo. La quarta è preda di fobie cruente, il panico di stare in mezzo agli altri, l’incapacità di reagire, la solitudine. Il quinto è il protagonista di una storia surreale, una serie di disgrazie dietro l’altra, la mania di mettere in gioco tutto, anche se stesso e gli averi della famiglia. Tutto inizia con l’aver creduto che le multe scadono e per questo motivo aver posteggiato dappertutto compresi i posti destinati ai disabili. Milioni di debiti. Flash di vite, intrecci, disperazione, agonia dell’anima. Il settimo è un immigrato che lavora nei cantieri e viene assunto dai caporali tutte le mattine. Vive con altre quattordici persone in una stanza, dieci dodici ore al giorno di fatica per una miseria. La vita reale si intreccia con il sogno, lui e la donna grassa, l’opulenza, che deve però passare attraverso la rinuncia alla vita onesta per una vita fatta di spaccio. Un sogno appunto, restano i quindici in una stanza e i caporali che controllano la merce come al mercato del bestiame. L’ottava è la modella iperanoressica che deve dimagrire per essere assunta dagli stilisti e fare le sfilate, una storia drammatica per delineare come la via del successo costringa le persone  a fare cose insulse pur di rimanere su quel misero piedistallo. Il nono si tasta il cranio. Ascolta i discorsi di Hitler, fa a botte, lancia razzi allo stadio ed ha un unico affetto, il suo pitbull. Un personaggio alle prese con i rituali luoghi comuni aggravati da un razzismo lampante. L’undicesima si colora le labbra. Ha rispetto ad un’inserzione pubblicata dal sedicesimo. Entrambi profondamente soli, entrambi incapaci di costruire rapporti con gli altri che non siano mantenersi a distanza ed osservare. Il marito dell’undicesima ha scoperto la propria omosessualità ed ha provocato un trauma nella moglie: lei è depressa ma considera al di là di questa scoperta i rapporti umani come una vendita, c’è il venditore e c’è il compratore. Che il prodotto sia l’amore o la macchina poco importa. Il sedicesimo non lavora, si pettina, è il suo lavoro, non esce se non al sabato per scrutare le donne. Il tredicesimo è coinvolto in un rapporto amoroso-morboso, rapporto che provoca sensi di allucinazione. La quattordicesima convive con la madre che passa la giornata a bere e a scommettere sulle corse dei ratti: un rapporto violento che molto probabilmente si concluderà con un gesto violento. Il ventesimo è in attesa come tutti gli altri della metropolitana. Non ama la gente e si nasconde dietro le pagine aperte del quotidiano. E’ il suo modo di isolarsi. Di camuffarsi. Legge un giornale con articoli inventati di sana pianta: è il modo scelto dall’autore per fare le sue considerazioni sul mondo Una rappresentazione teatrale dei tempi in cui viviamo, personaggi che paiono estremizzati in maniera fino esagerata ma se togliamo a costoro gli estremi dipinti scopriremo una dura, vivace ma certo realistica casistica delle umane ansie, depressioni e violenze. Un linguaggio coinvolgente per tutto il romanzo, un bel romanzo, di facile lettura almeno a prima impressione: il segreto è di far pensare alla storia raccontata solo in seconda istanza e al termine della lettura di collegarle con un unico filo conduttore.

 

Maya@valchisone.it

 

Mercoledì, 22 Giugno 2016 10:19

Ken Follet Le Gazze ladre

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Le gazze ladre è uno degli ultimi romanzi di Ken Follet , la traduzione è di Annamaria Raffo, edito da Mondadori del 2001. Il libro si apre con un ricordo a 50 donne che vennero inviate in Francia come agenti segreti dello Special Operation Executive (SOE) di cui 36 sopravvissero e 14 perirono.

La storia viene divisa in capitoli, uno per ogni giorno del racconto, il quale si delinea lungo una settimana, per un totale di 507 pagine. Ogni cambio capitolo si passa da un flashback all’altro sui principali interpreti, insomma alla maniera di Follet. Il primo inizia il 28 Maggio del 1944 dove la protagonista è Felicity Clairet, sposata con Michel, leader della Resistenza francese. I partigiani locali devono attaccare una centrale telefonica tedesca, punto nevralgico delle telecomunicazioni naziste. Viene sferrato un attacco con una forza di fuoco non appropriata che porta alla sconfitta della resistenza, alcuni vengono fatti prigionieri e Michel riesce a sfuggire benché ferito.

L’esito dell’operazione porta alla luce, in maniera chiara che le forze tedesche erano superiori ai francesi soprattutto sulla preparazione del personale negli scontri. Il Castello, dove è situata la centrale telefonica è guidata dal Maggiore tedesco Dieter Franck, un personaggio famoso per i suoi sistemi di tortura suoi i prigionieri. Flick, viene richiamata in Inghilterra, presso il quatier generale del Soe, per spiegare il motivo dell’insuccesso dell’attacco contro il castello tedesco. Da qui, viene organizzato un nuovo piano: trovare un modo per introdurre delle spie nella centrale telefonica per farla saltare in aria. Flick propone di trovare e formare un corpo di donne da mandare in Francia. Avendo pochi giorni a disposizione , infatti la centrale andava attaccata prima dell’imminente sbarco degli Alleati, riesce a trovare solo 3 donne da dei presunti scarti di selezioni per agenti del Mi6, tra cui c’è sua sorella Diana.

Nel frattempo il maggiore Dieter non sta a guardare infatti ha la fortuna di avere due prigionieri della Resistenza reduci dal primo attacco al castello tedesco, che vengono torturati, uno di loro parla e riesce ad acquisire un ‘importate informazione sull’identità della persona che era il riferimento degli inglesi che arrivano in Francia mettendoli in contatto con il riferimento locale della resistenza, presso la cattedrale di Saint Cecile. Dieter aveva bisogno di una persona di fiducia che riuscisse ad interpretare alla perfezione la parte, mettendo la sua fidanzata Stephanie, riuscendo ad avere altre importanti informazioni.

Questa operazione lo porta ad avere i contatti con un agente segreto inglese giunto in Francia con il nome in codice di Elicottero, un radiotelegrafista che doveva mantenere i contatti tra Francia ed Inghilterra.

Durante questo spazio di tempo, il team di Flick che aveva il nome in codice di Gazze ladre, termina l’esercitazioni e partono per l’Inghilterra con un aereo militare, e devono paracadutarsi in un villaggio vicino a Parigi. Flick viene insospettita dal troppo buio presente sull’obbiettivo e decide di annullare il lancio e di spostare il luogo di destinazione  dove l’aereo doveva rifornire di munizioni la resistenza.

Qui, le gazze, vengono in contatto con un altro nucleo della resitenza francese che le aiuta a prendere un treno per avvicinarsi verso l’obbiettivo.

La storia si sussegue tra uno slalom tra il maggiore dieter che più volte di fa sfuggire la cattura delle Gazze e le scoperte di Flick su come si erano infiltrati i tedeschi nei loro servizi segreti. Infatti Flick riesce a riconoscere ed a smascherare Stephanie che si era spacciata per una complice francese, la quale farà una tragica fine.

Alla fine le Gazze ladre, riescono ad introdursi nel castello, ed a farlo saltare. E ne conseguirà una mossa fondamentale per la buona riuscita dello sbarco in Normandia

La storia termina con uno scontro finale tra Flick e il Maggiore Dieter dove Fick ha la meglio in cui viene ferito, ma Michel viene ucciso. Flick finita la guerra si risposerà con Paul  un generale inglese che l’aveva aiutata a progettare e realizzare la sua missione.

Ispirandosi ad una storia vera, sullo sfondo di una Francia, martoriata dall’occupazione nazista, Follet costruisce con il consueto stile un romanzo quasi tutto al femminile, ricco di azioni, coraggio e romanticismo. Il ritmo avvincente del thriller è unito al dettaglio storico dei giorni prima dello sbarco di Normandia che deciderà le sorti della seconda guerra mondiale .

Un bel libro, lo consiglio !

By Admin

info@valchisone.it

Un romanzo autobiografico, nel consueto stile bukowskiano, che narra del viaggio europeo prima in Francia, poi in Germania. Shakespeare è eletto a simbolo di un certo tipo di letteratura che non disturba e non inquieta e di un personaggio che non si scontra quotidianamente con il suo cinismo e con il mondo cinico. Bukowski si ubriaca pur non trascinandoci in un mondo di alcoolisti, Bukowski si fa beffe dei giornalisti rispondendo controvoglia a domande banali ed inutili. Anzi, li irride con risposte inutili perché non ha nessuna voglia di essere un profeta dalle poche idee bene o male illuminate. Bukowski viene invitato ad una trasmissione alla televisione francese e viene letteralmente sbattuto fuori dagli studi. Ma non è solo il romanzo del vino e della birra, è l’inquietudine dell’uomo nell’affrontare la falsità e l’altrui ipocrisia. E’ il romanzo dei divertenti siparietti, degli incontri con un’umanità varia ed eventuale, spesso frustrata ed infelice. Un romanzo irridente verso i vizi della moltitudine. Serena, la mamma di Linda Lee, la sua compagnia in questo viaggio, lo zio che rifiuta di incontrare lo scrittore, la difficoltà di comprendere quale treno prendere per Mannheim con code inutili agli sportelli. I camerieri che dopo il fuoriprogramma alla televisione gli riservano inchini. Non è solo il romanzo del vino alla sera, della birra e dell’essere pesti al mattino, è anche un’analisi spietata dell’uomo e dei suoi comportamenti.

La visita in Germania nei luoghi della nascita riserva a Bukowski un attimo di serenità nella sua vita tormentata. Malgrado le gite ai castelli. L’episodio del reading ad Amburgo è l’emblema di tutti i libri del buon vecchio Charles. Da leggere d’un fiato, strepitoso, cinico nei confronti di tutti, distante, feroce nei confronti dei complessi degli altri, uno su tutti il divismo. E’ il massimo della smitizzazione. E’ il romanzo anche dei pochi amici, Barbet e Carl, in un universo che sostanzialmente non ha mai amato uno degli scrittori maledetti americani del dopoguerra.

Sugli americani scrive: “si muovevano tutti come fossero stati su un palcoscenico, proprio come ci si immagina siano gli americani”. Fulminante e feroce al tempo stesso. Non è il miglior romanzo, ma se volete leggere un libro che non sta alle regole di buona condotta e non vuole abbellire con parole inutili una triste realtà allora non potete perdere questa autobiografica escursione in Europa. Come potete immaginare trova da litigare sia alla partenza che all’arrivo negli States: anche questo è Bukowski.

CHARLES BUKOWSKI: Nacque ad Andernach in Germania nel 1920, la sua famiglia si trasferì negli Stati Uniti quando lui aveva tre anni. Morì a San Diego nel 1994. Con linguaggio crudo ed irruento descrive la vita degli emarginati americani che visse in presa diretta. Nel 1969 pubblicò Taccuino di un vecchio sporcaccione seguito nel 1971 da Post Office. Poco amato in patria ebbe grandissimo successo in Europa con Storie di Ordinaria follia e Compagno di sbronze (1972). Un anno dopo fu la volta di a sud di nessun nord: la produzione che va da metà anni settanta fino ai primi anni ottanta fu intensissima. Shakespeare non l'avrebbe mai fatto del 1979 e Panino al Prosciutto del 1982 tra i romanzi che hanno avuto più successo di quel decennio. Dopo un periodo di silenzio durato sei anni ritornò con Hollywood, Hollywood. Nel 1994 uscì Pulp. Abbondante anche la produzione poetica.

 

Maya@valchisone.it

Giovedì, 25 Febbraio 2016 11:17

A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia

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“Questa lettera è la tua condanna a morte, per quello che hai fatto morirai”, la prima parte di a ciascuno il suo è dedicata al ricevimento di una lettera minatoria. Il destinatario è il farmacista Manno. Romanzo magistrale degli intrecci mafio-politici della Sicilia degli anni sessanta, giallo incentrato sulla morte di due persone a cui si pensa di dare una soluzione diversa dalla reale. Il farmacista Manno e il dottor Roscio vengono uccisi durante una battuta di caccia, la loro passione: è l’arrivo dei cani (senza proprietari) utilizzati per le battute ad annunciare una probabile disgrazia. Sul luogo dell’omicidio viene ritrovato un sigaro Branca. E l’unico indizio. Il professor Laurana è stato l’unico ad aver visto, insieme con il farmacista ed il maresciallo del paese, la lettera minatoria. In particolare il professore ha visto il rovescio della lettera, realizzata con ritagli di giornale. L’osservazione, seppur fugace e controluce ha permesso la visione nitida della parola unicuique e poi ordine naturale e menti obversantur. I ritagli sono stati realizzati con il giornale Osservatore Romano. Laurana all’inizio per gioco inizia un’indagine personale, mentre quelle parallele, avendo come indizio solo il sigaro, si rivolgono necessariamente alla vita privata del farmacista. Mentre Laurana scopre che in paese circolano solo due copie dell’Osservatore ed è improbabile che si tratti di una vendetta personale, i militari scoprono che una giovane negli ultimi tempi ha ripetutamente visitato la farmacia. Visite professionali ma basta la convocazione in commissariato della giovine per scatenare pettegolezzi e dicerie. Che si moltiplicano e convincono persino la vedova del farmacista. All’interno di questo processo s’insinua la vedova del dottor Roscio, Luisa, donna bellissima. Il romanzo cresce d’intensità e gli indizi paralleli si moltiplicano. Il professore incontra casualmente un deputato comunista: è l’onorevole a confessare la visita del Roscio, pochi giorni prima. Era in possesso di prove inconfutabili contro un notabile democristiano del suo paese. Era pronto a fornirle. E l’inizio della svolta: il duplice omicidio potrebbe aver avuto come obiettivo Roscio e non Manno?. E’ Rosello il responsabile della morte dei due e perché?. Le voci si alimentano, Rosello e Luisa, la vedova hanno una relazione?. Sono cugini. Eppure proprio il Roscio ha conservato buoni rapporti con il Rosello fino a poche ore prima della morte. Intanto Laurana alla presenza dei due, Luisa e Rosello, commette un’errore fatale: svela che il marito avrebbe avuto le prove contro un personaggio altolocato e racconta dell’incontro con il deputato comunista. Malgrado le voci su una possibile relazione che dura da anni, le indagini continuano ad indirizzarsi sul farmacista, vittima e non colpevole della vendetta. La chiave di volta arriva con l’incontro tra Laurana, Rosello, l’onorevole Abello e un personaggio che l’accompagna. La beffa è che questo incontro avviene sulle scale del palazzo di Giustizia. Il misterioso personaggio accende un sigaro. Il colore del pacchetto è giallo e rosso. Laurana corre immediatamente dal tabaccaio e scopre che il pacchetto giallo-rosso è quello dei sigari Branca. Dunque, Rosello ed il sicario. Il quadro viene completato da alcune informazioni raccolte: il personaggio si chiama Raganà, viene definito come un delinquente pericoloso ed è di Montalmo. La lettera minatoria al farmacista è stata una grandiosa copertura: il vero obiettivo era il dottor Roscio. Il killer ha dovuto solamente attendere che i due andassero, come d’abitudine, a caccia insieme. I mandanti e i creatori della messinscena confidavano che il farmacista considerasse la minaccia uno scherzo di pessimo gusto. E’ dunque Rosello il mandante?. Ha commesso tre errori: il primo è il quotidiano, l’Osservatore Romano, utilizzato per la lettera minatoria. Sono pochi a leggere il giornale ed esclusa la Curia restano solo democristiani od uomini legati a quel partito. Il secondo è aver lasciato Roscio libero di parlare e di cercare agganci per le sue rivelazioni. Il terzo è legato al killer e al sigaro. Una dimostrazione di chiara arroganza. Ma l’indagine costa cara al Laurana: invitato in un caffè dalla vedova (che non si presenta), con la scusa di aver trovato informazioni importanti, viene rapito ed ucciso. L’unico in grado di accusare il Rosello è dunque messo a tacere. Non solo, Luisa e Rosello si sposeranno. Le chiacchiere e le maldicenze non serviranno a nulla, l’ingiustizia ha trionfato. Gli omicidi sono legati alla relazione tra i due ma non è la motivazione principale: sono le informazioni in possesso del Roscio ad aver segnato le condanne di coloro che si sono avvicinati alla verità. Romanzo da leggere tutto d’un fiato, penetrante, secco e non dispersivo. Un giallo a tinte fosche che si chiariscono via via che le indagini personali del Laurana accendono alcune lampadine. Strepitosa la parte iniziale e la descrizione in crescendo delle maldicenze sull’innocente farmacista. Leonardo Sciascia nacque a Racalmuto nel 1921. Maestro elementare, si segnalò nel 1950 con il libretto di favole Favole della dittatura nel 1950. Il primo romanzo è del 1956, le parrocchie di Regalpetra, dove raccontò la sua esperienza di maestro elementare. Gli zii di Sicilia precedette il giorno della civetta pubblicato nel 1961, il suo romanzo di maggior successo. La Palermo del 700 è rappresentata nel il consiglio d’Egitto del 1963, con la morte dell’inquisitore del 1964 si passa al saggio. L’onorevole del 1965 è un tentativo di intromissione nel teatro ma un anno dopo, nel 1966 ritorna con a ciascuno il suo il romanzo dedicato alla mafia. Il contesto del 1971 e Todo modo del 1974 rappresentano il passaggio al romanzo giallo. Nel 1973 fu la volta di un volume di racconti, il mare color del vino. Nel 1975 passò alla politica attiva divenendo consigliere comunale a Palermo per il Partito Comunista. Nel 79 fu eletto al parlamentare nazionale con il partito radicale con cui si presentò anche per le elezioni al Parlamento Europeo: eletto anche in questa circostanza optò per l’Europa. Nel 1978 pubblicò l’Affaire Moro con riferimento al rapimento e all’uccisione del segretario della Democrazia Cristiana. Nel 1987 fu la volta di Porte aperte, libro denuncia contro la pena capitale.

 

Maya@valchisone.it

Giovedì, 25 Febbraio 2016 11:05

Post office di Charles Bukowski

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Smontare pezzo per pezzo i principi dell'american dream è opera che a Charles Bukowski nel romanzo Post Office riesce benissimo. Il suo alter ego letterario Henry Chinaski è refrattario alle regole del lavoro, folli e derise con ironia e alle regole della comune morale bruciata in costanti bevute e descrizioni di rapporti amorosi vissuti senza alcuna emozione sentimentale. "Cominciò per sbaglio" così per descrivere l'ingresso nel mondo delle poste, esempio di sfruttamento, di imposizioni assurde e di capi sadici. Postino supplente, con le bevute con Betty, gli orari impossibili e la guerra con il funzionario, tal Jonstone. Un rapporto spedito al Federal Building per denunciare l'angheria dell'attesa a cui i supplenti sono costretti viene scontato con una settimana di riposo forzato. Il monolite non si muove, l'istituzione posta è inamovibile. Vengono narrati episodi divertenti come la stagione delle piogge, i rapporti con la clientela, insulti, lamentele, minacce, i cani. Le ammonizioni di JonStone, figlie di una circolare banale ma assurda e per questo provocatoriamente ignorata da Chinaski. Tre in un giorno, per un berretto lasciato sul casellario e due lettere di ammonizione gettate nel gestino. Il monolite che cerca d'imporsi. L'ironia su Matthew Battles, postino modello, lascia spazio ad uno spiraglio di pietà per il Battles licenziato per aver rubato i soldi del Wekalayla Temple, una mistica organizzazione raccogli-dollari. Il primo licenziamento, Joyce, ragazza texana ricca e viziata, il matrimonio a Las Vegas, la descrizione di un Texas provinciale. La casa sulla collina in compagnia delle mosche, di due uccellini, di Picasso il cane e del sesso. Un lento e lungo tourbillon da cui il protagonista prova ad uscire con il divorzio e con una nuova assunzione alle poste in qualità di impiegato. Altri compiti noiosi, ripetitivi, riempire una casella della posta in 23 minuti, la produzione. Ogni lettera infilata nel casellario è una sconfitta per i russi, così si sente dire durante il corso. Gli viene rinfacciata la compilazione della sua casella giudiziaria, risponde con un memoriale di quarantadue pagine compilate in 24 ore. Dei duecentocinquanta di inizio corso sono rimasti in sei o sette, distrutti dagli orari, dai mancati riposi e dal CP1, un terzo delle strade della città e le zone numerate. Esplode l'ironia, la rabbia, l'angoscia di una vita senza apparenti motivazioni, la noia della ripetitività. L'amarezza per la morte di Betty uccisa dall'alcool, sola come un cane. Passa l'esame, diviene un impiegato fisso, qualche diritto in più, i soliti problemi con i sorveglianti, le corse dei cavalli. Una nuova donna, Mary Lou, lo spazio di qualche notte, poi Fay e la figlia Marina Louise Chinaski. Henry non ha punti fermi e non ne vuole, si licenzia, forse scriverà un romanzo, l'ha scritto. Un romanzo dalle tinte forti, rabbioso e al tempo stesso incredulo di fronte alle enormi disparità prodotte dal mondo contemporaneo. CHARLES BUKOWSKI: Nacque ad Andernach in Germania nel 1920, la sua famiglia si trasferì negli Stati Uniti quando lui aveva tre anni. Morì a San Diego nel 1994. Con linguaggio crudo ed irruento descrive la vita degli emarginati americani che visse in presa diretta. Nel 1969 pubblicò Taccuino di un vecchio sporcaccione seguito nel 1971 da Post Office. Poco amato in patria ebbe grandissimo successo in Europa con Storie di Ordinaria follia e Compagno di sbronze (1972). Un anno dopo fu la volta di a sud di nessun nord: la produzione che va da metà anni settanta fino ai primi anni ottanta fu intensissima. Shakespeare non l'avrebbe mai fatto del 1979 e Panino al Prosciutto del 1982 tra i romanzi che hanno avuto più successo di quel decennio. Dopo un periodo di silenzio durato sei anni ritornò con Hollywood, Hollywood. Pulp è del 1994. Abbondante anche la produzione poetica.


Maya@valchisone.it

Martedì, 23 Febbraio 2016 15:42

Giai Phong! di Tiziano Terzani

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E’ il seguito ideale di Pelle di Leopardo, Terzani narra i tre giorni precedenti la presa di Saigon, una data impressa nella storia, 30 aprile 1975 ed i tre mesi successivi. Un diario sostanzialmente diviso in due parti. La prima descrive il terrore che aveva pervaso l’antica capitale per il prossimo arrivo dell’esercito del Vietnam del nord e del fronte di liberazione nazionale sudista. Terrore che si riassume nella frase: to whom it may concern, una lettera standard indirizzata “a chi legge” in possesso di migliaia di vietnamiti del sud che avevano avuto relazioni con l’esercito americano. A qualunque titolo, firmate da generali, graduati, semplici soldati. Sono i giorni dell’evacuazione, decine di voli di elicotteri che dai tetti dell’ambasciata o dai posti di ritrovo preordinati trasportavano via gli ex membri del governo sudista, i collaboratori, gli ex poliziotti, alti ufficiali dell’esercito, l’ARVN. Una specie di biglietto da visita per lasciare Saigon, presumibilmente vittima di un bagno di sangue o delle vendette dei vietcong, l’entità misteriosa che per dieci anni avevano combattuto una forza di più di 500mila soldati americani. La paura di un bagno di sangue e le contrattazioni con quella parvenza di governo legale rimasto si susseguono a ritmo veloce, descritte con la solita ironia di Terzani. Ma il bagno di sangue non ci fu: in un silenzio assordante i primi carri armati vietnamiti entrarono in Saigon senza colpo ferire. E’ la seconda parte del libro, i tre mesi successivi, quel che la rivoluzione avrebbe potuto essere. Fu una grande festa di popolo, malgrado la Saigon dei night e delle prostitute, la Saigon che viveva di piccoli e grandi traffici temesse come la peste l’arrivo dei terribili vietcong della propaganda. Avevano molto da temere anche gli ex ufficiali dell’esercito o della polizia segreta. Saigon cambia nome, diviene Ho Chi Minh e al posto della corruzione e dei traffici compaiono di bo-doi, giovani contadini, operai, studenti dell’esercito vietnamita. Sono rispettosi, idealisti fino al midollo, permeati di ideologia idealista ed egualitaria. Non ci fu un bagno di sangue e nemmeno le temute vendette, i vincitori chiedevano al popolo di dimenticare, il Vietnam era finalmente riunito, chi aveva sbagliato l’aveva fatto perché costretto dagli americani. E’ Il Vietnam che lentamente si trasforma o viene costretto a trasformarsi malgrado le resistenze, piccole di piccoli gesti. Le prostitute che pensano di poter riprendere la vita di prima, le bancarelle, la droga. Il nuovo governo non usa la forza, cerca la persuasione, pare comunque aver presente le profonde differenze tra Nord e Sud, invita, nello spirito di riconciliazione, i vecchi servitori di Thieu ad autodenunciarsi. E’ Il Vietnam dei can bo, i quadri politici del fronte nazionale. Diviene il Vietnam del hoc tap, la rieducazione, dichiarazioni collettive di pentimento. Per i meno compromessi tre mesi, per gli alti gradi che non sono riusciti a scappare mesi se non anni. In questi tre mesi è una gestione intelligente dei rapporti con le minoranze: quella cattolica potentissima che ha avuto ottimi rapporti con il regime e ne è stata parte integrante. Il Governo Provvisorio non vuole soffocare, anzi, permette persino l’uscita di un mensile di indirizzo cattolico. E’ il Vietnam delle famiglie spezzate, figli che tornano dal Nord dopo essersi rifugiati nel 1954, figli che sono partiti in America perché troppo compromessi. Ma sono intere famiglie che si ricompongono, si ritrovano dopo venti anni, genitori che ritrovano i figli, fratelli che si riabbracciano. Non solo i racconti dei reduci ma anche interviste con i generali del Nord e del fronte protagonisti dello storico evento. E’ la parte più intensa di Giai Phong!, quella che rende meglio il 30 aprile 1975, Saigon liberata, il Vietnam ai vietnamiti. Insieme alle centinaia di episodi piccoli o grandi di vita quotidiana raccontati da Terzani senza invadere, con leggiadra partecipazione: è lo stesso spirito del vietcong che entra a Saigon e resta a bocca aperta per lo stupore. L’illusione di questi tre mesi durò poco. Ad una dittatura se ne sostituì un’altra ben più riprovevole visto le speranze che aveva suscitato. Breve cronistoria della guerra del Vietnam. Maggio 1954 segna la definitiva sconfitta francese in Vietnam Il 20 luglio vengono firmati gli accordi di Ginevra. Il 17 parallelo viene fissato come linea di demarcazione provvisoria: al Nord dovevano concentrarsi le forze comuniste dei Vietminh, a sud le alleate con i francesi. Entro il 1956 si sarebbero dovute tenere le elezioni generali. Un anno dopo gli americani sostituiscono i francesi come consiglieri dell’esercito sudvietnamita Cinque anni dopo ad Hanoi nasce il FLN per il Sud Vietnam Sempre nel 1960 muoiono i primi due soldati americani: il numero dei consiglieri un anno dopo ammontava a 3200, nel 1962 i soldati americani presenti sono 12mila. Nel 1963 anno dell’omicidio di Kennedy il numero aumentò ancora di 4mila unità. Nel 1965 iniziarono i bombardamenti contro il Vietnam del Nord: l’americanizzazione del Vietnam, sotto l’amministrazione Johnson procede a ritmo spedito. Dal 1965 al 1969 l’impegno americano divenne consistente: in termini numerici le truppe passarono da 300mila a 543mila. Una guerra costosissima. Nel 1968 l’offensiva del Tet costringe gli americani a fare una prima riflessione sulla guerra: dal nord attraverso il sentiero di Ho Chi Minh continuano ad affluire uomini e mezzi. Non ci sono visibili progressi misurabili sulla carta. Il governo del sud è sempre preda di voci circa colpi di stato. Durante l’offensiva del Tet alcuni uomini penetrano persino nell’ambasciata americana a Saigon. Centinaia di obiettivi vennero attaccati in tutto il sud: l’offensiva venne respinta ma è il punto più basso della guerra; l’opinione pubblica americana per la prima volta si schiera contro Il massacro di My Lai fa il resto. Dal 1968 è Nixon a guidare l’amministrazione americana: ha promesso un progressivo disimpegno e lancia la parola d’ordine della deamericanizzazione. Tuttavia autorizza bombardamenti illegali in Cambogia per fermare i rifornimenti. Nel 1970 i sudvietnamiti invadono il Laos. Nel 1972 inizia l’offensiva di primavera decisa dal FLN e da Hanoi per tentare di dare la spallata definitiva: l’esercito sudvietnamita addestrato dagli americani dimostra la sua inefficienza. Accanto alla guerra procede la diplomazia: Washington ed Hanoi tentano di concludere un accordo, a cui il premier sudista Thieu si oppone ripetutamente. Riprendono i bombardamenti del Nord, poi sospesi. Il 28 gennaio 73 viene firmato l’accordo di cessate il fuoco che non fermò i combattimenti ma mise fine alla presenza americana in Vietnam. Nel 1974 i vietcong occuparono il Delta del Mekong, mentre Nixon si dimise per lo scandalo del Watergate. Il successivo anno di guerra portò alla liberazione di Saigon.

 

maya@valchisone.it

 

Giovedì, 14 Gennaio 2016 15:05

Pelle di leopardo di Tiziano Terzani

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“La guerra è una cosa triste, ma ancora più triste è il fatto che ci si fa l’abitudine. Il primo morto quando l’ho visto io, stamani, rovesciato sull’argine……….Gli altri li ho semplicemente contati come cose di cui bisogna, per mestiere, registrare le quantità”. E’ l’incipit di pelle di leopardo (con riferimento alla cartina del Vietnam, a chiazze a seconda che fosse occupata da una e dall’altra parte), diario di guerra di Tiziano Terzani che parte dal 7 aprile 1972 e termina il 29 marzo del 1973 e racconta una parte della guerra del Vietnam. “Partendo gli americani si lasciano dietro cinquanta mila morti loro e forse due milioni di morti vietnamiti; si lasciano dietro trecentomila orfani, trecento mila bambini mutilati, i crateri delle bombe, ventimila bastardi, le foreste defoliate………Il Vietnam resta ai vietnamiti. Terzani descrive la deamericanizzazione del Vietnam voluta da Nixon, la rabbia dei sudvietnamiti, i propagandisti governativi che sommergono i villaggi di bandiere. Descrive la Saigon placida e putrida, quella dei bar con nomi americani (Florida), le prostitute, i disgraziati fuggiti dalle campagne, gli storpi, i mercatini con ogni genere di mercanzia americana, un’umanità povera e sempre più povera che vive nelle capanne di fango ai margini della città dove i bambini giocano nei canali di scolo. Un esercito di mezzo milione di persone è scomparso improvvisamente, un esercito che aveva creato un’economia parallela è sparito, distruggendo il Vietnam meno delle bombe ma con la stessa intensità psicologica. E’ il Vietnam dei crateri nelle campagne, nelle mine, nei villaggi la notte vietcong, durante il giorno fintamente governativa. E’ la follia, è la follia del regime di Thieu, regime di polizia duro, che etichetta come comunista chiunque non dimostri particolare anticomunismo e patriottismo. E’ il Vietnam dei bombardamenti al nord, le reticenze dei generali nelle conferenze stampa, è l’indecisione americana, è l’attendismo asiatico. E’ il Vietnam dei vietcong, è il Vietnam del Nord che vuole riunificare il paese ed ha sopportato perdite immani. E’ la fine del gioco del domino, se cade il Vietnam del Sud in mano ai comunisti, cade tutto il sudest asiatico: è la politica di Kissinger che cerca a tutti i costi un accordo di cessate il fuoco per far uscire dalla scena l’America. E’ questa entità sconosciuta secondo la propaganda che in realtà è conosciutissima nei villaggi di campagna dove c’è un uomo che lavoro per il governo ed uno che lavora per il fronte di liberazione nazionale. Ma è la guerra, perché al di là dei grandi giochi, in ogni villaggio del Vietnam del Sud si piangono morti, storpi, individui devastati dal napalm, persone arrestate dalla polizia segreta per semplici delazioni. E’ la guerra che Terzani descrive magnificamente con il carico quotidiano di morti, di disperazione, di fuga verso una salvezza non sicura. E’ il Vietnam, una guerra che ha conquistato i cuori e le menti di milioni di americani e di milioni di persone in tutto il mondo. E’ il Vietnam che si avvia alla pace, che sente sua la pace dopo la guerra contro i francesi e gli americani. E’ la Saigon che attende, che soffre, che vive con il coprifuoco, che vive la guerra con distacco perché ancora lontana. E’ Thieu e il suo regime che tenta di sabotare gli accordi di pace e che in fondo recepisce il messaggio per cui è stato messo al potere: nessun accordo con i comunisti, se cadiamo noi cade il Sud est asiatico. Tutto ciò descrive Tiziano Terzani con coraggio, con semplicità, nulla aggiungendo, nulla togliendo ad una cronaca fatta di parole semplici ma profonde. E dure come l’acciaio nei confronti dei giocolieri della guerra e piena di simpatia per le vittime come sempre i civili. Merita davvero una lettura per comprendere il dramma della guerra visto dalla parte di chi soffre: la popolazione Prossima recensione: il seguito ideale di Pelle di Leopardo Giai Phong!, diario della conquista di Saigon raccontato da Terzani con la stessa semplicità. maya@valchisone.it
Martedì, 15 Dicembre 2015 09:30

Un luogo chiamato libertà - Ken Follet

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Siamo in Inghilterra, XVIII secolo, la rivoluzione industriale è agli albori. Mack McAsh è un robusto giovanotto che lavora, con i famigliari, nelle miniere di carbone di proprietà della famiglia Jamisson. A quel tempo, chi lavorava nelle miniere fino ai 21 anni diventava uno schiavo. Mack non ci sta: affascinato dagli ideali di libertà e uguaglianaza che andavano diffondendosi, si ribella e scappa. Ken Follet ci regala un quadro straordinario della pietosa e disumana condizione in cui versavano i lavoratori nelle miniere. Con le sue minuziose e magistrali descrizioni ci porta giù nelle nere e buie miniere, ci fa tremare per la paura di trovare il grisou, ci fa sentire la fatica di salire le lunghe scale.... Il romanzo si snoda lungo la vita di McAsh e altri affascinanti personaggi, tra ideali di libertà e profonde e passionali storie d'amore che vanno al di là della classe sociale. Mack continuerà la sua battaglia oltre le miniere dell'High Glen, fino a Londra e poi nelle piantagioni d tabacco in Virginia. Il libro è uno straordinario romanzo d'amore e di forza, i personaggi ti entrano nel cuore, così già come per "I pilastri della terra", precedente recensione. Follet è un maestro anche nel romanzo storico. Consiglio "Un luogo chiamato libertà" a chi ha voglia di restare per qualche giorno inchiodato al libro e vivere una storia di sete di libertà.


vale@valchisone.it

Venerdì, 04 Dicembre 2015 16:12

Un luogo chiamato libertà - Ken Follet

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Siamo in Inghilterra, XVIII secolo, la rivoluzione industriale è agli albori. Mack McAsh è un robusto giovanotto che lavora, con i famigliari, nelle miniere di carbone di proprietà della famiglia Jamisson. A quel tempo, chi lavorava nelle miniere fino ai 21 anni diventava uno schiavo. Mack non ci sta: affascinato dagli ideali di libertà e uguaglianaza che andavano diffondendosi, si ribella e scappa. Ken Follet ci regala un quadro straordinario della pietosa e disumana condizione in cui versavano i lavoratori nelle miniere. Con le sue minuziose e magistrali descrizioni ci porta giù nelle nere e buie miniere, ci fa tremare per la paura di trovare il grisou, ci fa sentire la fatica di salire le lunghe scale.... Il romanzo si snoda lungo la vita di McAsh e altri affascinanti personaggi, tra ideali di libertà e profonde e passionali storie d'amore che vanno al di là della classe sociale. Mack continuerà la sua battaglia oltre le miniere dell'High Glen, fino a Londra e poi nelle piantagioni d tabacco in Virginia. Il libro è uno straordinario romanzo d'amore e di forza, i personaggi ti entrano nel cuore, così già come per "I pilastri della terra", precedente recensione. Follet è un maestro anche nel romanzo storico. Consiglio "Un luogo chiamato libertà" a chi ha voglia di restare per qualche giorno inchiodato al libro e vivere una storia di sete di libertà. vale@valchisone.it
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